Ventisei febbraio.


(Sul mese e sul giorno son certo, sul luogo e sull’anno meno)

Oggi ho incontrato una città addormentata.
Il sole ancora sbadigliava sulle strade vuote.
I miei passi leggeri.
I pensieri un po’ di più.

Oggi ho incontrato gli occhi di un bimbo.
Tre anni all’attivo.
Le gote rosse.
Come il dolce che mangiava.
Le gambe penzoloni.
Ben distanti dalla terra.

Oggi ho incontrato un libro che cercavo ma che non sapevo di cercare e, come tutte le cose che non sai di cercare ma stai cercando, era lì davanti agli occhi.

Oggi ho incontrato lo scodinzolio di un cane.
Mi ha chiesto se anche io fossi a passeggio.
Sono a passeggio, ho confermato.
Annuso l’aria, ho aggiunto.

Oggi il giorno era appena iniziato.
In tasca, due caramelle.
La mente sazia.
Il cuore un po’ di più.

 

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IN FONDO


Conoscere una persona è in realtà l’unico vero viaggio che valga la pena fare.
Non hai il biglietto.
Non conosci la meta.
Ignori il percorso.
E in fondo, appena il treno abbandona la stazione, non sei neanche certo di volerlo fare, questo viaggio.
E in fondo, appena il treno abbandona la stazione, non sei neanche consapevole di aver iniziato un viaggio.
Conoscere una persona è in realtà l’unico vero viaggio che valga la pena fare.
Non hai prenotazioni.
Non sai dove e se dormirai.
Cosa mangerai.
Se ti sazierà.
Se ti piacerà.
E in fondo, appena il treno abbandona la stazione, non sei neanche certo di volerlo fare, questo viaggio.
E in fondo, appena il treno abbandona la stazione, non sei neanche consapevole di aver iniziato un viaggio.
È più o meno alla terza fermata che mi sono reso conto di essere in viaggio.
Avrei voluto scendere.
O forse sarei dovuto scendere.
Ma il treno correva veloce e quello che vedevo, scostando le verdi tende del finestrino, mi piaceva.
Ora sei tu a chiedermi di scendere.
Ed è profondamente giusto.
Tuo il treno, tuoi i binari, tuo quello che vedevo scostando le verdi tende del finestrino.
Ora sei tu a chiedermi di scendere.
Ed è profondamente ingiusto chiedermi di farlo a modo tuo.
Sancendo un’ultima volta.
Sottolineando il saluto.
Tuo il treno, tuoi i binari, tuo quello che vedevo scostando le verdi tende del finestrino.
Ma il come.
Il come.
Quello rimane solo mio.
In fondo, appena il treno ha abbandonato la stazione, non ero neanche certo di volerlo fare, questo viaggio.
In fondo, appena il treno ha abbandonato la stazione, non ero neanche consapevole di aver iniziato un viaggio.

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IN SCENA


Per raccontarvi questa storia avrei bisogno di un discreto quantitativo di tempo (il mio e il vostro) e di una cospicua manciata di pazienza (soprattutto la vostra).
Così, sapendo bene quanto il tempo e la pazienza siano (ahimè, ahinoi) merce rara – merce di contrabbando – mi concentrerò sulla scena finale.
La scena ad effetto.
La regina delle scene.
Silenzio in sala, prego.
Il sipario si alza su una stanza. Una stanza da letto, ovviamente. Perché è lì che tutto accade, o non accade (a seconda dei casi).
Nuovo, il mobilio. Vecchi, i protagonisti.
Il primo miseramente senza ricordi, i secondi con qualche misero ricordo di troppo.
Non si capisce bene chi dei due stia abbracciando, o consolando, l’altro.
Forse l’uomo la donna o la donna l’uomo.
Chissà.
Le lacrime invece sono di origine certa.
Pura femminilità al cento per cento.
Forse gli occhi dell’uomo sono umidi, o forse non lo sono.
Forse vorrebbe piangere ma non lo fa, o forse vorrebbe piangere ma non sa farlo.
Insomma.
L’uomo, steso su letto, è un enorme forse, abbracciato ad una donna impegnata in una lenta e inarrestabile disidratazione.
Non è un’addio. Gli addii, per natura, sono più rabbiosi.
Credo si tratti semplicemente di paura.
La stanza profuma di cose appena comprate. Di cose senza una storia.
Di cose che aspettano solo di essere plasmate dal tocco di qualche ricordo.
E lei lo sa.
Perché è lei che ha scelto quella stanza, quella casa.
Ne ha tinteggiato i muri, riempito i cassetti, appeso i quadri e le tende bianche e quelle rosse.
Lei, impegnata nella sua lenta e inesorabile disidratazione, sa di aver appena plasmato la sua casa con il tocco di un nuovo ricordo.
Sa che quelle cose adesso hanno una storia. Hanno qualcosa da raccontare.
E non tutte le storie hanno un lieto fine, ma magari questa sì.
E non tutte le lacrime sono di gioia, ma magari queste sì.
Magari.
Giù il sipario.
Luci in sala.

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ORDINARIE CONVERSAZIONI (telefoniche)


Me lo comunicò con la stessa sorpresa di un bimbo quando scopre un’altra meraviglia del mondo.
Con la stessa identica sorpresa che Martina (due anni appena compiuti, una cascata di boccoli e un animo dolcissimo che è pienamente capace di esprimere con un solo semplice abbraccio) manifestò, quando entrando nella mia casa, si rese conto prima della presenza di un gatto e subito dopo della presenza di un secondo gatto.
Il secondo gatto proprio non se lo aspettava. La sua voce, mentre in preda allo stupore più grande, con un perfetto e minuscolo indice puntato sui gatti, urla felice “ ‘atto ‘atto”, è una di quelle cose che sai già che difficilmente dimenticherai.
Ecco. Quando ricevetti la telefonata, la voce che percorreva centinaia di chilometri per giungere fino a me, aveva lo stesso identico stupore: non portava con sé tutto il peso dei suoi anni, lo aveva poggiato a terra quel peso e, più leggera, continuava a ripetere un numero.
Ventisette.
Lo pronunciava come se fino a quel preciso istante la sua mente non avesse mai concepito una quantità così grande. Ma non era così, aveva imparato da molti anni l’esistenza di quel numero, semplicemente non era cosciente di portarlo addosso.
Era sua abitudine pesarsi il quattordici di ogni mese e dopo solo quattro mesi, la bilancia era stata così gentile da omaggiarlo con un peso che differiva da quello iniziale di ben venti chili. Soddisfazioni. Grandi soddisfazioni. Soddisfazioni pesanti.
Quel giorno, il giorno in cui la sua voce perse quarantacinque anni e il suo corpo ben venti chili, rientrando a casa, la sua attenzione fu rapita da uno dei doni che, con bontà materna, la terra elargisce agli esseri umani e non.
Ed essendo la terra una personcina a modo (mica un pagliaccio), non fa discriminazione alcuna.
Semini? Raccoglierai! Ma se semini con amore, se semini con passione, se semini con rispetto, il tuo raccolto non avrà eguali.
E in effetti le melanzane che aveva davanti agli occhi non potevano avere rivali né per estetica, né per dimensioni, né per gusto (come avrebbe constatato la sera stessa gustando la cena).
Sua moglie rimaneva la regina indiscussa degli ortaggi. Nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio che la sua semina non fosse rispettosa, passionale e amorevole. Tra tutte le qualità, però, erano le dimensioni a lasciarlo a bocca aperta. Vada per la riconoscenza, ma questa volta madre natura sembrava aver voluto proprio esagerare. Esibizionista!
Così, per pura curiosità, prese una melanzana a caso e la sottopose al suo stesso rito del quattordici del mese.
La bilancia elettrica, con una rapidità e una precisione invidiabili, mise in bella mostra i suoi numeri. 741.
La signorina melanzana in questione pesava ben 741 grammi.
In quel momento, oltre a decidere che non avrebbe più osato mettere in discussione qualunque decisione della consorte in merito alla gestione dell’orto, gli venne spontaneo mettere nello stesso mucchio le due realtà numeriche della giornata. I suoi venti chili e i 741 grammi della melanzana. Con un semplice calcolo mentale, tramutando adipe in ortaggi e ortaggi in adipe, si rese conto di aver portato addosso negli ultimi anni ventisette melanzane di 741 grammi ciascuna.
” Ventisette!” mi ripeteva “Sono andato in giro per anni e anni con ventisette melanzane attaccate addosso e non lo sapevo. Ti rendi conto? Se qualcuno mi avesse chiesto di trasportare una cassetta con ventisette melanzane di quelle dimensioni, anche solo per cinque minuti, lo avrei mandato al diavolo senza indugio alcuno!”.
A quel punto, e solo a quel punto, la sua voce ritrovò improvvisamente i quarantacinque anni persi, smarrì gran parte dello stupore e mormorò, come parlando tra sé e sé: ” Chissà quanti pesi ci portiamo addosso, e quanti dentro, senza esserne minimamente consapevoli, o fingendo di non esserlo. Quanto più leggera sarebbe la nostra vita. Quanto più in alto potremmo volare.”

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LA TUA BOCCA


Vorrei vederti scrivere.
Dopo i tuoi furti innocenti delle mie frasi veloci.
Vorrei vederti scrivere.
Gli occhi seri.
La bocca che si muove nervosa gustando le parole.
La penna che viaggia leggera sul foglio non più bianco.
Vorrei poterti ritrovare.
Tra le righe di una pagina di carta riciclata.
Tra le parole cancellate e poi corrette.
Tra le parole cancellate e poi riscritte.
Vorrei potermi ritrovare.
Nascosto dietro a un colore. Ad un solo riflesso di luce.
Nascosto dietro a un odore. Ad una sola goccia di pioggia.
Ecco cosa vorrei.
Vederti scrivere e potermi leggere.
Vorrei i pensieri,
che diventano parole,
che si tramutano in frasi.
E poi vorrei gli occhi, le mani, la bocca.
Ecco cosa vorrei.
La bocca. Soprattutto la bocca.
In questi tempi di velocità impazzite,
di abissali superficialità,
di intime conoscenze approssimative,
io vorrei vederti scrivere e potermi leggere.
E la tua bocca.

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L’ORGOGLIO DEGLI DEI


Dovevamo essere la meraviglia di tutto il creato.
La meraviglia fra tutti i creati.
Il vanto di Madre Natura.
Il fiore all’occhiello di Sua Maestà l’Evoluzione.
La prova vivente che millenni di fatica erano pur valsi a qualcosa.
La prova schiacciante che un paio di centimetri in più di corteccia cerebrale potevano fare la differenza.
Dovevamo essere l’orgoglio degli Dei.
L’orgoglio di ogni nostro Dio.
Il vanto di tutto l’Olimpo.
La sublimazione di ogni Elettrone, di ogni Neutrone, di ogni Protone.
Dovevamo essere perfetti nella nostra imperfetta umanità.
Dovevamo.

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GIALLO GELOSIA.


Il fluido giallastro invase voracemente tutta la stanza fino a violarne ogni più remoto angolo, ogni anfratto, ogni crepa.
Una deflagrazione  in piena regola.
Un’esplosione gialla.
La invase portando con sé un pungente odore di Odio condito di Passione. Passione farcita di Paura. Paura spolverata di Insicurezza.
Che corteo meraviglioso!
“Prego, Signore e Signori, vogliate venire avanti e onorare la mia modesta casa con la vostra presenza.
Signora Insicurezza non stia li impalata in disparte. Si accomodi pure, tra qualche minuto verrà servito il tè.
E lei, signora Paura si rilassi. Il cane è docile e non ha mai fatto del male a nessuno. Si figuri che la scorsa settimana un “miao” un po’ più incalzante lo ha fatto trottare per tre chilometri netti.
Mio dio, signora Passione! La smetta di importunare in modo così sfacciato il nostro povero Alfred. Sarà pur sempre un maggiordomo ma ricordi che è al servizio della nostra famiglia da ben cinquant’anni e, se il mio povero cervello matematico non si è arrugginito, questo gli conferisce un’anzianità di servizio in questo mondo di ben settantotto anni : cinquanta dedicati a noi, più ventotto portati con sé dalla nascita con il suo eccellente curriculum. Dunque, signora Passione, decenza e soprattutto autostima. Stiamo pur sempre parlando di un uomo di una certa età!
E lei, signor Odio, faccia un piacere a tutti. Cerchi di levarsi dal viso quell’espressione arcigna che rovina questa meravigliosa atmosfera. Suvvia, non si faccia pregare. Vuole rabbuiare tutte queste deliziose signore? Levare dai loro bei visini imbellettati quegli splendidi sorrisi? Bene, Bravo. Già così va meglio.
E ora, signore e signori … Santo cielo, signora Passione! Cosa le ho riferito a proposito di Alfred appena cinque minuti fa?
Dicevo, signore e signori, vi prego di accomodarvi. Ho fatto portare per voi una selezione della migliore pasticceria londinese. Alfred? Puoi servire il tè.
Su, signora Insicurezza, assaggi anche quello alle mandorle e noci. Vedrà che delizia! Che sciocchezze. Grassa lei?! Ma se è in S-P-L-E-N-D-I-D-A forma.
Signora Passione! La invito a smettere di mostrare al nostro povero Alfred le SUE di forme, a ricomporsi  e a riunirsi alla compagnia. Vorrei inoltre farle presente che quando ho acquistato quel sofà di fine ottocento avevo in mente ben altro uso di quello ben poco elegante a cui lo sta adibendo lei, grazie!
Oh oh, mi pare di aver scorto un timido, appena accennato, embrionale abbozzo di sorriso sul suo volto, signor Odio. Questo vuol dire che si diverte. Mi fa piacere.
Ma veniamo a noi.
Ditemi, signore e signori, in tutta sincerità, non trovate deliziosa la nuova carta da parati? Forse un po’ troppo forte come nuance di giallo, ma regala alla stanza un’atmosfera decisamente frizzante.
Non trovate, miei cari?”

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COLLOQUI PSICHIATRICI (III)


“Ancora arrabbiato?”
“Non più” rispose, mentre un leggero sorriso soddisfatto giocherellava con le sue labbra.
“Non mi ha voluto spiegare la ragione della sua rabbia. Ne vuole parlare oggi?”
“Ora che è tutto risolto non ho problemi a parlarne, piuttosto credo che lei avrà dei problemi a capirmi”
“Ci provi. L’ascolto. Cosa aveva suscitato tutta quella rabbia?”
“Non cosa, ma chi”
“Va bene. Riformulo la domanda. Chi aveva suscitato tutta quella rabbia?”
“Alcune Percezioni”
“Percezioni?” fece eco, mentre un leggero, quasi impercettibile, senso di fallimento ridisegnava il contorno del suo sguardo.
“Esatto. Ingannano.
Non sempre, sia ben chiaro, ma a volte lo fanno e lo sanno fare bene, o almeno le mie!
Pare abbiano un’innata predisposizione per la menzogna, potrebbero tranquillamente tenere dei corsi sull’argomento. Delle vere maestre!
Per poi ridere di gusto di fronte al mio sgomento e, come se non bastasse, vantarsene in giro facendomi fare la figura dello sciocco credulone.
A mia discolpa posso asserire che posseggono una tecnica diabolica, studiata fin nei minimi dettagli che ha una percentuale di successo del 95% (ovviamente io non rientro nel restante 5%).
Dovrebbe vedere con quale maestria sono capaci di adularti e infine convincerti che sono mosse da sentimenti di puro (purissimo, candegginato, pretrattato e smacchiato) amore.
Meretrici! Cagne! Cortigiane! Ma quelle più sgualdrine, mi dia retta, sono le Percezioni che abbiamo di noi stessi. Non hanno morale quelle, non hanno pietà, né religione, né dio, né pentimento. Nulla. Ecco dunque la ragione della mia rabbia. Chiaro no?”
“Cristallino! Mi rimane un’ultima domanda da porle. Come ha superato questa rabbia?”
“Non sa che estrema gioia mi procura rispondere alla sua domanda!
Dunque, dopo estenuanti e furibonde liti, lotte ad armi impari e colpi bassi…l’Illuminazione!
Mi sono seduto sulla poltrona più comoda del mio salotto, ho posizionato i cuscini di modo che potessero accogliere dolcemente la mia schiena, il collo e infine la testa e ho aspettato.
Tutto qui.
Ho aspettato non facendo assolutamente nulla, tranne godermi lo spettacolo di quelle stronzette malefiche che morivano di stenti in un angolo della mia mente. Una dopo l’altra.
E mentre passavano a miglior vita, cresceva in me lo stupore della consapevolezza di non avere limiti oltre quelli che stupidamente ci imponiamo, e la felicità di aver superato quei limiti che stupidamente ci imponevamo.
E così, naturalmente, la paura di guardare oltre è diventata possibilità, e la possibilità curiosità, e quest’ultima desiderio e fame. Fame grande”.

AIW

SESSO ORALE.


Non esiste un momento preciso per il sesso. O per meglio dire, non esiste un’unanimità sessuale.

Volendo approfondire l’argomento, forse peccando di precisione, avendo a disposizione una basilare fantasia e una discreta conoscenza/esperienza, si potrebbe suddividere la popolazione mondiale in otto gruppi.

I “mattinieri”. Rientrano in questa categoria gli individui che rigenerati dal sonno notturno cavalcano eroicamente il picco testosteronico. Semplice e lineare.
I “postprandiali”. Così definiti i soggetti dotati di ottima digestione e/o affetti da forme più o meno gravi d’ipoglicemia che non appaiono, come i più, affatto turbati da pranzi faraonici di dodici portate, dolce/frutta/caffè e ammazzacaffè esclusi, ma che anzi, proprio in virtù delle loro intrinseche caratteristiche, necessitano e utilizzano egregiamente ogni molecola di cibo introdotta.
I “gastropatici”. In contrapposizione ai precedenti, per i soggetti appartenenti a questa categoria il cibo rappresenta la kryptonite dell’amplesso, capace di privare di ogni istinto anche gli animi più duri e motivati. Resta però da dire che godono, altresì, di un controllo glicemico ottimale che gli consente di praticare la fisicamente impegnativa arte dell’accoppiamento anche in condizione di digiuno prolungato.
I “serali”. Tendenzialmente romantici o più probabilmente molto impegnati, i soggetti inclusi in questa categoria cominciano a riprendere timidamente contatto con la loro vita sessuale all’incirca dopo il tg delle venti per poi riperderlo inesorabilmente tra i titoli di coda del film di prima serata.
I “nottambuli”. Caffeinomani, nevrotici, per lo più accaniti fumatori, insonni epocali, gli adepti di questo gruppo si riconoscono per l’aspetto smunto, il nero fumé delle perenni occhiaie, le dita giallastre e il colorito terreo. La loro propensione al sesso notturno più che una pratica amorosa pare essere l’estremo tentativo di giungere all’esaurimento fisico al fine di ottenere una gloriosa ventina di minuti scarsi di sonno ininterrotto.
I “mungitori”. Non un vero e proprio gruppo ma piuttosto una propaggine del precedente. Difatti rientrano in questo gruppo i nottambuli che sono riusciti ad ottenere una sessione di sesso dal compagno/a, ovviamente non appartenente alla loro stessa categoria, dopo svariati tentativi solo allo spuntare delle prime luci dell’alba, momento bucolicamente dedicato alla mungitura di ovini e bovini.
Gli “accaventiquattro”. Individui dotati di una fame sessuale senza fine, atavica, probabilmente il risultato di tre o quattro vite monastiche precedenti. Senza alcun vincolo di orario né di luogo, secondo la scienza questi individui sono affetti da un’eccessiva produzione ormonale, se di “affezione” si può parlare e se “eccessiva” si può definire. Secondo la maggior parte della popolazione sono leggenda, mito, utopia.
I “procrastinatori”. Soggetti i cui intenti sessuali si perdono in un futuro nebuloso e incerto insieme al pagamento delle varie utenze, l’organizzazione dell’armadio in vista del cambio di stagione e il giorno esatto in cui inizieranno la dieta. Sempre di lunedì, sempre il prossimo.
Per cui, appare ormai ovvio, che l’affermazione iniziale di questo piccolo trattato abbia basi ben più che solide.
Non esiste un’unanimità sessuale.
Detto questo e avendo ora un quadro decisamente più chiaro della situazione posso tranquillamente asserire che i miei denti rientrano per alcuni tratti basilari nella categoria dei nottambuli.
Caffeinomani, nevrotici, accaniti fumatori, insonni epocali, i miei trentadue ragazzi approfittano del buio della coscienza per abbandonarsi ai piaceri della carne.
Si conoscono da sempre e, almeno a me pareva, non c’era tra loro nulla che andasse oltre una sana amicizia.
Compagni di bevute, mangiate e spensierate risate, solidali e collaborativi, hanno trascorso ben trentatré anni insieme senza far trasparire il minimo segno di tensione sessuale.
Questo fino a una mattina di tre settimane fa quando, svegliandomi prima del previsto per un impellente stimolo minzionale, li ho sorpresi così strettamente avvinghiati e serrati da costringermi ad aiutarmi con le mani per poter nuovamente usufruire della mia bocca.
Da allora ogni mattina si ripete la stessa identica scena.
Suppongo siano notevolmente imbarazzati dall’essere colti in atteggiamenti così intimi e privati, per cui fingo di non sapere e con fare vago e delicato li separo dolcemente. Solo per esigenze nutrizionali e relazionali, sia ben chiaro. Fosse per me li lascerei amarsi ad oltranza.
Il vero problema, infatti, non sono loro ma il mio dentista, essere ovviamente non dotato del minimo spirito romantico.
Lui sostiene che è una patologia, che col tempo diventeranno più deboli e si frantumeranno, che si dovrebbe correre ai ripari prima dell’inevitabile apponendo una sorta di barriera fisica che li impedisca ogni contatto.
La trovo una soluzione inaccettabile e sono indignata al solo pensiero che abbia pensato, seppur per un secondo, che io fossi una di quelle persone. Una di quelle che arginano, inibiscono, uccidono, spengono ogni tipo di entusiasmo, a prescindere dalla sua natura.
Al massimo, da buona amica, posso darli un consiglio, ma non posso certo pretendere che mi diano retta.
D’altronde sono pur sempre innamorati
O in calore, fate voi.

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VENTITRÉ (i sensi non ingannano, tutt’al più se la ridono)


La saracinesca che mi sta di fronte è composta esattamente da ventitré listerelle di metallo.
Metallo verniciato di verde scuro.
Sul loro numero non vi è dubbio.
Lo so per certo.
Per sicurezza le ho ricontate un paio di volte.
Bisogna essere sicuri di ciò che si dice.
L’ho toccata. E’ fredda. Chissà perché la cosa mi ha sorpreso.
L’ho toccata con la mano sinistra.
Quella destra era impegnata a reggere un mozzicone di sigaretta spento. Spento già da un po’.
Sono rimasto così, fermo, a lasciare che il freddo scalasse piano le mie gambe e trasformasse lentamente le mie mani in piccole e perfette sculture bluastre.
Se si fossero staccate dai miei polsi stizzite per il trattamento riservatoli, additandomi come il peggior essere umano che potesse loro capitare in sorte, non mi sarei scomposto. Avrebbero avuto ragione. Qualunque giuria dotata di buon senso mi avrebbe condannato. Io però, pur colpevole e consapevole del mio delitto, mi sarei difeso ugualmente, non per ottenere un’assoluzione ma solo comprensione.
“Scusate mani” così avrei iniziato “ma in questo momento sono in ascolto e temo che se dovessi muovere un solo muscolo del mio corpo potrei non sentire. Potrei fraintendere. Confondermi. Perdere il filo. E se si vuole avere qualche possibilità di orientarsi nel grazioso labirinto della proprio mente non bisogna mai perdere il filo! La storia insegna che le molliche di pane sono totalmente inutili per ritrovare la strada, per tornare indietro. Serve il filo!”.
“Scusate” così avrei continuato “ma in questo momento devo ascoltare queste ventitré listerelle di metallo verniciato di verde. Devo comprendere appieno quello che hanno da dirmi”.
“Scusate” così avrei finito “ma i messaggi vanno ascoltati, non importa da chi provengano, e nel caso riferiti, non importa se capiti o meno”.
Sono rimasto quindi fermo, a lasciare che il freddo scalasse piano le mie gambe e trasformasse lentamente le mie mani in piccole e perfette sculture bluastre. Sapevo che loro mi avevano già perdonato. Sapevo che loro mi avrebbero più tardi aiutato a riferire il messaggio.
Perché questo è uno di quei messaggi che va riferito.
Il contenuto? Il contenuto non ha importanza. Che ognuno scelga il suo.
Ascoltate. Ascoltate bene. Ascoltate con la stessa attenzione che avreste quando qualcuno che amate sussurra al vostro orecchio.
Le parole dense, quelle fatte di schiuma, quelle fatte di latte, quelle fatte di terra e acqua non viaggiano mai sulle urla, preferiscono farlo su un sussurro.
Ascoltate e una volta che avrete compreso, ma compreso bene, riferite il messaggio.
Lo sforzo della comprensione sarebbe vano in caso contrario e i cimiteri delle parole non dette, delle cose non fatte, dei sentimenti non vissuti, degli abbracci non dati sono troppo affollati per accogliere anche i nostri rimpianti.
La saracinesca che mi sta di fronte è composta esattamente da ventitré listerelle di metallo. Metallo verniciato di verde scuro. Sul loro numero non vi è dubbio. Lo so per certo. Per sicurezza le ho ricontate un paio di volte. Bisogna essere sicuri di ciò che si dice.
L’ho toccata. E’ calda. Chissà perché la cosa non mi ha sorpreso.

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